Ci mancano le parole
Quella che da sempre ripetiamo e che oggi assume ancora più valore è la raccomandazione: “Fatti, non parole”. Vorremmo avere davanti a noi una realtà senza trucchi, o almeno delle immagini che ci mostrino senza falsificazioni i fatti che ci riguardano, tanto quelli inerenti al mondo che ci circonda, quanto quelli che si riferiscono alla nostra vita individuale.
È un’esigenza antica che si ripropone di continuo, anzi che diventa sempre più pressante in una situazione, come quella attuale, in cui le parole e le immagini formano una specie di nuvola che ci allontana dalle “cose”, confondendo e alterando la nostra autoconsapevolezza. Vorremmo avere sotto gli occhi un quadro della realtà che stiamo vivendo, magari accompagnato dall’indicazione: “senza parole”.
E se, invece, riflettendo, provassimo a percorrere un’altra strada, forse più tortuosa ma certo meno illusoria? Se ci rendessimo conto che perfino questo “senza parole” è un modo di descrivere la situazione attraverso il linguaggio? Insomma, se tentassimo di percorrere la strada opposta, quella che paradossalmente potremmo appunto definire con l’espressione “ci mancano la parole”.
È proprio un paradosso oppure sarebbe il tentativo di riconoscere che oggi i fatti senza le parole non dicono nulla, anzi non entrano neppure nella scena della nostra esperienza? Se riconoscessimo questa situazione, che risulta perfino banale guardandola da vicino, ci accorgeremmo che le parole che adoperiamo sono decisive per attribuire valore alle cose, addirittura per legittimare la loro esistenza, il loro essere presenti e significative nella esperienza quotidiana.
Anche il “senza parole” fornisce un linguaggio a immagini agghiaccianti, anche il silenzio può diventare un indicatore linguistico, però spesso non basta per rintuzzare la massa di parole che accompagnano le immagini, anche le più drammatiche.
Non possiamo esimerci dal rispondere alle parole retoriche e violente che ascoltiamo e leggiamo, dovunque e sempre più spesso, con la semplice constatazione che questo insopportabile ronzio ci allontana dai fatti – lo vediamo dovunque e ogni giorno, specialmente nel linguaggio del dibattito politico, nei toni alti adoperati per rinforzare la portata ideologica delle affermazioni.
E se ci rendiamo conto di questa violenza verbale e della capacità di spostare l’attenzione dai fatti attraverso lo sviamento su altre questioni, non possiamo però illuderci che bastino atteggiamenti di rifiuto per riportare l’attenzione verso la realtà effettiva. Occorre produrre un linguaggio, un discorso, che si oppongano alla retorica dominante con altre parole e con una diversa razionalità.
Se riconosciamo un simile bivio e la conseguente necessità di costruire un’altra lingua, nel privato e nel pubblico, che dia parole significative a quei fatti che, comunque, non possono restare privi di parole, allora dovremmo riconoscere quanto siamo oggi incapaci di percorrere questa strada.
Riconoscere che i fatti attuali non possono restare muti (o solo consegnati a narrazioni costituite da immagini tragiche) significa rendersi conto di quanto sia povera la nostra capacità di adoperare e far valere quella che chiamiamo di solito “cultura critica”.
Nonostante l’invadenza mediatica, in qualunque dibattito possa attrarre il pubblico dei social e quello televisivo, nonostante i molti libri scritti sul nostro presente e sulla cultura da cui proveniamo, come possiamo negare che ci troviamo in un momento nel quale è particolarmente difficile descrivere la realtà attuale?
Ma non possiamo neppure negare che dovremmo cercare e trovare le parole che ci mancano per far “vivere” i fatti che stanno ogni giorno attorno a noi. Alla fine ci scopriamo sempre più “ignoranti”, incapaci di capire che cosa sta accadendo tanto là fuori quanto qui dentro. Se lo riconoscessimo, faremmo suonare un campanello d’allarme che dovrebbe venire ascoltato nelle case, nelle aule e nelle piazze. E l’allarme potrebbe venire sintetizzato nel messaggio seguente: “Cerchiamo parole per dare realtà ai fatti che accadono”.
Siamo incompetenti, quanto meno balbuzienti, trascinati dalla poltiglia ideologica entro cui passiamo la vita. Peggio: siamo convinti di saperla lunga e che non occorrono tante parole per capire in che realtà affondano le nostre esistenze.



È la newsletter più importante. Così tante riflessioni, in un contenuto gratuito, meritano solo gratitudine e riconoscenza